#consigli: La compagnia delle anime finte, di Wanda Marasco

Titolo: La compagnia delle anime finte
Autore: Wanda Marasco
Editore: Neri Pozza
Anno edizione: 2017
pp. 238

“Non penso in napoletano”, dice Wanda Marasco in una recente intervista. Tuttavia, il libro sembra avere tratti di spiccato autobiografismo, ma autobiografico non è. Traguardo raggiunto, pertanto: libro riuscito: parentesi costruttiva fra le macerie editoriali. Libro a cui si può perdonare pure uno sfrenato uso dell’erudizione. Nella Marasco c’è la realtà, forse restituita con qualche compiacimento folcloristico di troppo, di un certo mondo popolare napoletano. Una Napoli messa in luce nella propria vitalità e, soprattutto, nell’asprezza di rapporti umani segnati da una corrosiva povertà economica e dalla finzione. Le Vincenzine, le Rose, le Annarelle vivono sulla scena di Capodimonte la loro verità/falsità quotidiana fatta di silente violenza, di frustrazione e di qualche piacere. E sembra che, da sempre, sappiano di vivere in un mondo carcerario e che la “la vita nasconde per ognuno un tradimento”.

#consigli: Per non dimenticare la memoria, di Guido Ceronetti

In C’era una volta Churchill, cioè in una Bustina di Minerva del 2008, Umberto Eco scriveva:
• “(…) ce ne accorgiamo quando si rivolgono domande ai nostri giovani, che le idee sul passato anche prossimo sono molto vaghe. Si è letto di test da cui appariva che qualcuno credeva che Aldo Moro fosse un brigatista rosso, De Gasperi un capo fascista, Badoglio un partigiano… 🙂 (…) Il fatto è che è cambiato il nostro rapporto col passato, probabilmente anche a scuola. Una volta ci interessavamo molto al passato perché le notizie sul presente non erano molte (…) Con i mezzi di massa si è poi diffusa un’immensa informazione sul presente. Su Internet si possono avere notizie su milioni di cose che stanno accadendo in questo momento (anche le più irrilevanti). C’è, quindi, UN APPIATTIMENTO DEL PASSATO SUL PRESENTE”, conclude Eco
E Guido Ceronetti, nel 2015, in Tragico tascabile, scrive: “Generazione ignorantissima di storia, abbruttita di presente”.
Il problema riguarda più da vicino chi è nato in questo millennio, anziché chi era adulto a.G. (avanti Google).
A lamentare il fenomeno di offuscamento della dimensione storica, cioè la perdita di MEMORIA COLLETTIVA, non è, pertanto, solo la voce di Ceronetti. Lo dice Eco (che pure, negli anni Settanta, definì Ceronetti “buon reazionario”). Ma lo dicono anche molti altri; in modo meno seducente, ma lo dicono.
C’E’ POI LA PERDITA DELLA MEMORIA INDIVIDUALE.
• “Chi nutre ancora dei dubbi al riguardo, provi a riflettere su una cosa: i numeri di telefono di parenti, amici e conoscenti sono salvati nel cellulare. Il navigatore satellitare ci indica il tragitto per raggiungere un certo luogo. Gli appuntamenti della vita professionale e privata sono anch’essi registrati nel cellulare o su un’agenda digitale. Chi cerca informazioni va su Google. (…) PENSARE, MEMORIZZARE, RIFLETTERE NON COSTITUISCONO PIU’ LA NORMA (…) È stato dimostrato che l’orientamento spazio-motorio aumenta la crescita delle cellule cerebrali dell’IPPOCAMPO (le uniche che effettivamente si rigenerano, nel cervello). Chi memorizza i luoghi accresce le dimensioni del suo “magazzino mentale”. Una ricerca ha confermato l’aumento del numero di neuroni dell’ippocampo nei tassisti londinesi che si orientano senza GPS”.
Queste righe non sono di Ceronetti. Non sono di Eco. Ma di MANFRED SPITZER, cioè di uno dei più accreditati neuroscienziati tedeschi e tra i maggiori esperti della rete. Laureato in medicina e in psichiatria e ora direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le neuroscienze e l’apprendimento dell’Università di Ulm, Spitzer ha scritto DEMENZA DIGITALE. Un libro, del 2013, che ha avuto molta attenzione e che è riuscito a fare luce sulle distorsioni indotte dal Web.
E ancora da Demenza digitale:
• “(…) più mi occupo superficialmente di un contenuto, meno sinapsi si attivano e di conseguenza imparo di meno. E’ un punto di vista importante, perché è proprio per questo che i media digitali e Internet hanno un effetto deleterio sull’apprendimento. Da un lato portano – ormai è una conseguenza riconosciuta – a una maggiore superficialità, come si evidenzia già dai termini utilizzati: in passato i testi venivano LETTI, ora vengono SCORSI, ovvero SFOLGIATI VELOCEMENTE. Prima si SCAVAVA in un argomento, oggi si NAVIGA in rete (ovvero ‘si scivola’ sui contenuti)”.
Con Spitzer va almeno ricordato anche NICHOLAS CARR, scrittore statunitense, collaboratore del New York Times e di Wired, con il suo bestseller tradotto in 17 lingue: LA RETE CI RENDE STUPIDI?
Dice Carr:
• “Negli ultimi anni ho cominciato ad avere la sgradevole sensazione che qualcuno, o qualcosa, stesse armeggiando con il mio cervello, cambiando la mappa dei miei circuiti neurali, riprogrammando la mia MEMORIA. (…) Me ne accorgo soprattutto quando leggo. Di solito mi risultava facile immergermi in un libro o in un lungo articolo. (…) Oggi non ci riesco quasi più. La mia concentrazione comincia a scemare dopo una o due pagine. Divento irrequieto, perdo il filo (…). Mi sembra sempre di dover ricondurre al testo il mio cervello ribelle. L’immersione profonda che prima mi risultava naturale oggi è diventata una lotta. Credo di sapere cosa stia succedendo. Da più di dieci anni trascorro ormai molto tempo su Internet, facendo ricerche (…) Il Web è una manna per uno scrittore come me. (…) Faccio online anche la maggior parte delle operazioni bancarie e degli acquisti ecc.
• (…) Ma davanti a una pagina web, sostiene Carr, in larga parte non usiamo la capacità di stabilire fertili connessioni mentali come quando leggiamo fino in fondo e senza distrazioni [un libro]. In quest’ultimo caso, esercitiamo una forma di pensiero profondo, che a lungo andare rende la mente calma, priva di ronzii. (…) Sembra che siamo arrivati, come aveva previsto McLuhan, a un punto critico nella nostra storia intellettuale e culturale, a un momento di transizione tra due modalità di pensiero molto diverse. Quello che stiamo barattando per le ricchezze della Rete – e soltanto uno spilorcio si rifiuterebbe di vedere tanta abbondanza – è ciò che Karp chiama ‘il nostro vecchio processo di pensiero lineare’. Calma, concentrata, senza distrazioni, la mente lineare è stata messa da parte da un nuovo tipo di mente che vuole e deve prendere e distribuire con parsimonia le informazioni a piccoli scatti, sconnessi, spesso sovrapposti; più veloce è, meglio è”.
Ho citato Spitzer e Carr perché sono gli autori di due libri centrali sull’argomento e per farla breve. Ma il dibattito sui rischi della Rete, che ultimamente si è purtroppo polarizzato, è alimentato da molte e autorevoli voci (escludendo quelle segnate da ingenue forme di “tecnoentusiasmo” e quelle dei neoluddisti reazionari).
Quello che è certo è che l’uso del Web (e degli strumenti di comunicazione che teniamo in tasca) sta modificando i nostri neuroni. Su La Stampa, in un articolo di Vittorio Sabadin, Nora Volkow, una delle più attente studiose del sistema nervoso centrale, dice: “E’ come se la tecnologia stesse riprogrammando le nostre menti”. La massa d’informazioni in arrivo attraverso il Web, il telefono, le e-mail sta mutando non solo il modo con il quale ci informiamo, ma anche quello di pensare e di reagire.
Tra chi vede la Rete come un vantaggio va ricordato almeno HOWARD RHEINGOLD, serio studioso dell’impatto sociale delle nuove tecnologie: pur essendo anch’egli critico su alcuni temi (vede buona parte di Internet come “uno tsunami di chiacchiere banali, quando non dannose, come un rumore di fondo molesto e inconcludente”), ritiene che la Rete possa essere elemento di crescita: PERCHE’ LA RETE CI RENDE INTELLIGENTI? è il suo noto libro.
SCUSATE IL DIDATTISMO, ma riportare queste testimonianze, scelte tra molte e insigni, serviva a dimostrare l’ATTUALITA’ del discorso di Ceronetti in Per non dimenticare la memoria. Ci sono giovani trentenni (uno scrittore, un giornalista e il vicedirettore di Wired) che – dimenticando di avere a che fare con uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento – lo liquidano come un vecchio imbecille fuori dal mondo! Ma “Ceronetti non muove la sua critica alla modernità da una Tebaide intatta, ma dal cuore ‘appestato’ della modernità stessa”, scrive Beatrice Manetti nel saggio Ipotesi su Ceronetti (anti)romanziere.
Certo… Ceronetti non fa nulla per essere conciliante con quei trentenni, con noi e persino con la civiltà occidentale. Molti lettori si ritraggono perché non possono sopportare il suo umore. E spesso ha atteggiamenti frondisti marcati. Ma non è imbecille. O non ancora, nonostante i 90 anni!
Vediamo chi è Ceronetti.
Tanto per iniziare, è bene sapere che ci sono polemiche tipicamente ceronettiane, alcune delle quali sopra le righe:
1) contro l’ideologia razionalistica
2) contro il consumismo
3) contro la fecondazione artificiale
4) contro la pervasività della tecnologia (“Tutta la civiltà tecnica è uno smisurato carcere”)
5) la “bancarotta ecologica”
Ma è anche bene sapere che Ceronetti è inviso agli ambientalisti, sebbene sia vegano e antispecista ante litteram, e sebbene abbia anticipato i temi dell’ambientalismo. “Non c’è più mammella, succhiata o munta, incontaminata da DDT”, scriveva già nel 1976.
In Esercizi di ammirazione, un libro di Emil Cioran (tra Ceronetti e Cioran ci fu stima reciproca, anche se Cioran ha scritto indimenticabili pagine sulla figura del profeta nell’imperdibile Sommario di decomposizione), Cioran scrive:
• “Non mangiare come gli altri è più grave che non pensare come gli altri. I princìpi, no, i sogni alimentari di Guido sono di un rigore tale da far apparire perfino i manuali di ascesi come citazioni all’ingordigia e alla dissolutezza. Anch’io sono un maniaco della dieta, ma a paragone di lui e di lei mi sembra di essere un cannibale. Se non ci si nutre come gli altri, non ci si cura neppure come loro. Impossibile immaginarsi Guido che entra in una farmacia”.
È inviso anche alla scienza ufficiale (ha persino ripetutamente criticato le missioni spaziali, in particolare in Difesa della Luna, libro pubblicato nel 1971. Le imprese spaziali sono, per Ceronetti, espressioni di miseria terrestre. E s’inseriscono in processi di spoliazione della natura e di violazione dell’immaginario).
È inviso all’economia, per la sua ricorrente polemica contro il consumismo.
E, da oggi, è forse inviso anche a voi…
Per quanto mi riguarda, l’ho sempre letto. Ma non mi è mai parso un tipo da frequentare in modo continuativo, perché, se anche geniale, è spesso votato all’enfasi profetica quando non collerica; a volte è messaggero di una demagogia petulante ed è sempre urticante (è ancora il suo sodale Cioran a definirlo, nel 1983, “mostro ammirevole”…e, detto da Cioran, è tutto dire).
Il suo stile, dice Alfonso Berardinelli, è riconducibile alla pratica degli “stili dell’estremismo”. Lui stesso, del resto, si descrive: “scribacchino cassandroide povero di ascolti”. Anche se, scrive Antonio Castronuovo, quello di Ceronetti “è uno stile che, nelle pieghe tragiche, nasconde l’ironia. D’altra parte, ironia e tragedia vanno da sempre in coppia”.
Tuttavia, chi l’ha definito apocalittico, nichilista, antimoderno, anticomunista, razzista è un insufficiente interprete della sua opera. E, come tale, tenta di classificarlo con etichette vacue. L’opera di Ceronetti è un’opera complessa, che “non è stata ancora abbastanza studiata nella sua integrità”, scrive il poeta Pasquale di Palmo, nel saggio L’universo libresco di Ceronetti.
PARLIAMO DI Per non dimenticare la memoria
Vuoi salvaguardare una salda memoria?
Ecco alcuni esercizi:
– scrivi dieci nomi di oggetti che usi in cucina e ripetili a sazietà: cucchiaio, passino, mestolo, formaggera, cavatappi, ecc.
– impara a memoria le strofe più note, e anche meno note, dell’inno di Mameli
– “scrivi dieci parole fuori uso della lingua italiana” (ad esempio: latebre, latrina, licantropo, onomatopeico, propugnacolo, ecc.) e saldale in testa;
– “impara le parole dell’Andante della Traviata di Francesco Maria Piave”;
– prega: “I religiosi di chiesa, buoni o cattivi non importa, obbligati alla regolarità della preghiera e dei riti, sono fortunati per la memoria. Gli oranti abituali (…) è probabile che ricordino facilmente dove avranno messo gli occhiali, e che ricordino di comprare l’olio extravergine e la vitamina B12”;
– leggi i quotidiani (non vale però la lettura con “E-Memoria”): leggerli può aiutare a rafforzare la memoria, ma solo a patto che l’attenzione sia catturata da qualcosa di valore nelle pagine culturali;
– fai pratica meditativa;
– impara a suonare uno strumento: “chi sappia suonare degli strumenti (uno o più di uno) si fa una teca meravigliosa x la memoria”;
– correggi una serie di titoli teatrali errati;
– scrivi lettere (anche per essere realmente vivente e non “E-essere vivente”) o, in alternativa, leggi qualche romanzo epistolare;
– tieni a mente più di un sistema alfabetico;
– e non dimenticare di assumere lo zenzero, possibilmente grattugiato fresco, e la curcuma; né l’aglio sia scordato;
Alcuni dei suggerimenti appena letti sembrano attinti da Vanity Fair o da Men’s Health  Non sembrano usciti dalle pagine scritte da un favoloso novantenne: Ceronetti, all’età di 89 anni, scrive questo libro da una clinica, privo di dizionario e “perdendo e recuperando memoria”. Ed era uno che, in corretto greco e a memoria, recitava quaranta versi delle Baccanti.
Nel libro si legge che in un pensiero di Gor’kij il ricordare è paragonato a un crimine: “Bisogna toglier la memoria dal capo della gente. Per sua colpa il male cresce”. Ogni regime totalitario vorrebbe favorire la dimenticanza. Per Ceronetti, l’uso continuo e incontrollato dell’E-Memoria (quella che noi, in modo sconveniente, consultiamo dal cellulare e dal computer ogni giorno, ogni ora, ogni minuto) agisce allo stesso modo dei regimi: divora la nostra memoria: “La E-Memoria non ti fa imparare o recuperare qualcosa perché ti dà a succhiare mammelle sataniche.”
Ceronetti non è affabile nel valutare la nostra dipendenza da Internet e da smartphone. Non lo era stato neppure in passato. Un suo affilato giudizio del 2012: “Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine”. E in Tragico tascabile scrive: “Cellulare, l’argomento è dei più scabrosi, e importa a tutto il mondo, come l’acqua o la guerra. L’esperienza che ne ho è recentissima, l’apparecchio che ho comprato, con l’aiuto di un amico, è dei più semplici, i giovani lo disprezzerebbero, e devo dire che un simile labirinto non avrei potuto, standone fuori, immaginarlo. (…) Nulla, dell’universo tecnologico, è assente dal cellulare. Mancarne, è crisi di astinenza. Provatevi a toglierne l’uso per una settimana a una donna giovane e apparentemente libera: una detenuta rimasta senza droga ne soffrirebbe di meno. E io penso, su queste scogliere perfide di vecchiaia (più temuta, credimi, che desiderata), che sia stato, inoltrarmi sempre e quanto inutilmente soltanto nella natura umana, un errore da espiare. LA NATURA UMANA E’ LABIRINTO DI CELLULARE COL NUMERO DELL’INFINITO”. O anche: “La rete non è innocua. Diciamo che non poche forme di persuasione attossicata confluiscono nei messaggi, aperti o subliminali, della Rete”, sempre da Tragico tascabile.
Ceronetti scrive anche che “Nel grande oblio dei telefonini l’amore non sopravvive e le gioie si cancellano subito, lontane dall’incancrenire”. Ecco, anche questo pensiero dimostra l’insufficienza di chi vede in lui il passatista, poiché questo tema è lo stesso evidenziato, nel 2015, dal vicepresidente di Google, VINT CERF. Cerf lancia l’allarme: “Dietro di noi un deserto digitale, un altro Medioevo. Se tenete a una foto, stampatela”. Cerf ci mette in guardia sul “buco nero” verso cui, inconsapevolmente, ogni giorno spingiamo i nostri documenti più importanti: testi, fotografie, video che parlano delle nostre vite, ma anche documenti legali, informazioni sensibili, ecc. Con il continuo aggiornamento dei sistemi operativi e dei software, i nostri documenti salvati con le versioni precedenti diventano sempre più inaccessibili. Noi li perdiamo progressivamente e nei secoli che verranno gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra era potrebbero trovarsi di fronte a un “deserto digitale”.
Per non dimenticare la memoria presenta pensieri e sentimenti che, anche nella loro “violenza”, sono ordinati e, come detto, sono capaci di abbracciare l’attualità. E Per non dimenticare la memoria non è solo un libro, ma uno straordinario “trattato filantropico” (come dice lo stesso autore), che vale anche per i giovani. “Non fidarti della tua giovinezza. Qui tutto [anche la perdita della memoria] andrà al galoppo” (Dostoevskij).
Per finire:
“Se vedete sui gradini di una chiesa di provincia un uomo magro, il volto scavato di un asceta, due o tre libri per le mani compresa una grammatica araba, piena di note a margine, non fategli l’elemosina perché non è un povero vagabondo. Si chiama Guido Ceronetti, è uno dei più grandi scrittori italiani di questo secolo”. Così scriveva Claudio Serra in un articolo apparso nel 1986 nella Domenica del Corriere